Poche note sull'improvvisazione italiana: vai dove ti porta il suono (Percorsi Musicali di E. Garzia)

Un'interessante relazione per "sottrazione" tra corpo e strumento è quella che si può apprezzare in Corpora Soni, quattro tracce di un Ep pubblicate sulla sua pagina bandcamp, dal percussionista Luca Gazzi. Niente elettronica in questa sede, solo approccio dettato dalla finalità di darsi una risposta alla seguente domanda "..How much of my body has to be removed from the musical action to let this particular sound emerge?.."; le implicazioni di tale principio sostengono dunque una sperimentazione adeguata, in cui è importante il peso musicale, inteso come rapporto tra intensità o quantità di energia profusa nel gesto e produzione di suono-silenzio; perciò i quattro brani passano da una presenza minima ad una massima e vengono progettati come improvvisazioni con una loro finalità acustica. Tra le selezioni di Corpora Soni se ne distinguono almeno due di particolare interesse: 1) gli effetti di trascinamento che si ascoltono in 0.Improvvisazione II.Improvvisazione richiedono una coordinazione difficile delle due mani, poiché la destra impugna un'archetto che sfiora un piatto in verticale al suo bordo, mentre la sinistra ruota circolarmente con dei sonagli di legno sulla superficie del piatto, sostituiti ad un certo punto da un massaggiatore di metallo. I cinque minuti restituiscono una bellissima sensazione di spazio sonico cucito in densità; 2) il drone di Minimalia utilizza una rubber stick (una pallina) su un piatto, che è a sua volta poggiato su un timpano che amplifica le frequenze basse; l'azione catartica creata grazie all'amplificazione permette quasi di scovare una voce interiore, frutto anche del fatto che, durante il percorso, Gazzi sovrappone un altro piatto creando delle micro modulazioni del suono.

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Recensione di CORPORA SONI (di Carmine Pongelli)

Comunicazione emozionale, gioco tra tensione e risoluzione, dinamiche, melodie e tante altre regole relative al “buon esito” del flusso musicale non bastano da sole a definire le differenze tra un “solo” di percussioni, qualsiasi esse siano, e un lavoro concettuale su uno strumento che pur partendo dall’essere un insieme di percussioni ne travalica il concetto e si fa musica d’avanguardia. Avanguardia o neoavanguardia o “avant” che sia, stiamo parlando di musica che esce dagli schemi dei gusti correnti e anticipa possibili strade verso nuovi linguaggi. Difficile da ascoltare, da inserire in uno schema riconoscibile e quindi per questo straniante, almeno per chi non è abituato a non uscire troppo dall’ordinario quotidiano. “Corpora Soni” è il nuovo EP del percussionista veneto Luca Gazzi, del cui lavoro avevo già parlato tempo addietro in una recensione il cui incipit era, non a caso, “Esperienza strana e affascinante…”. HKPD era il titolo di quel disco registrato in compagnia del “manipolatore” elettronico Amur Tet, al secolo Marco Matteo Markidis che in coppia col Gazzi forma il duo Adiabatic Invariants, disco di felice interazione tra percussione e suoni di sintesi. Stavolta siamo di fronte a un soliloquio di suoni naturali scaturiti dalla mente e dalla concezione del corpo del percussionista nello spazio, in una sorta di “sintesi sottrattiva” della presenza fisica del musicista in relazione all’ottenimento di un particolare risultato sonoro inteso in senso più ampio rispetto alla semplice concezione dinamica. Ne è la riprova il terzo brano, “Minimalia”, il togliere il più possibile sé stessi dall’azione fino al punto in cui è ancora percepibile la differenza tra suono e silenzio. Il continuum sonoro lascia immaginare l’uso di un qualche battente a frizione su metallofoni e idiofoni vari, un rilassante bordone di frequenze medio basse intervallato da discrete risonanze metalliche di senso opposto. Il secondo brano dell’EP, “Corporale”, rappresenta la visione contraria, in cui il suono ne esce come compresso nello spettro sonoro per via della “huge presence” del musicista stesso nel suo ambito gestuale, in cui la percezione della differenza dinamica è meno importante a causa proprio dello scarso spazio lasciato libero nello spettro stesso. Sembra quasi una visione onirica e opposta all’usuale: invece del percussionista chino sul suo set sembra di percepire una vita catturata all’interno dello spazio ristretto di un “qualcosa risuonante” dal quale cerca di evadere muovendosi in ogni direzione possibile. Claustrofobico ma credo coerente con la sua scaturigine concettuale. Il brano iniziale, “0.Improvvisazione II.Improvvisazione”, rappresenta un altro aspetto del concetto di lavoro percussivo di Luca Gazzi, ovvero una ripetizione gestuale costante che conduce comunque a “…sostanziali e irriducibili differenze…” le quali sono “…l’unica descrizione definibile di ciò che sto suonando e di ciò che state ascoltando…”. Un momento di tensione costante, l’ultimo minuto addirittura parossistico grazie al cambio di paradigma sonoro e dinamico, che trova la sua risoluzione solo all’ultimo decadere dell’inviluppo del cymbal roll. L’EP si conclude con “Sul tempo (o dello spazio)” in cui si tende a rendere indefinibile il tempo musicale, giocato tutto su metallofoni di ogni ordine e grado con un suono costante ma – sembra – senza l’ausilio di artifici di sfregamento. Il tempo riprende una certa riconoscibilità ad ogni rottura di spazio sonoro grazie alle pause e all’improvviso scendere di tono mediante colpi su membranofoni gravi, per poi essere ridefinito ad ogni ripresa del “tema”. Scrivo tema fra virgolette perché siamo fuori dalla concezione tradizionale di un tema riconoscibile melodicamente, armonicamente o anche solo ritmicamente. Questo è il quid, la non appartenenza a schemi riconducibili a qualcosa di conosciuto, l’essenza della sperimentazione, la necessità di aprire varchi nel cammino dell’arte e quindi, ontologicamente, di procedere in avanti nel cammino dell’uomo. Quello che fa di un musicista un artista di avanguardia.

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Ancora su improvvisazione e barattoli sonori (di Carmine Pongelli)

L’ascolto di musica per percussioni “off the beaten path” come quella relativa al precedente articolo postato su questo blog fa riflettere sul rapporto fra tecnica – tradizione – innovazione. Lo stile di Luca Gazzi, il musicista in questione, esula da ogni accademismo o tradizione. Il suo è pur sempre un assemblaggio di percussioni che siamo abituati a chiamare batteria (batteria perché si batte? O magari perché è un insieme formato da vari pezzi, così come la batteria di cannoni o quella di pentole? Decisamente batteria è un nome generico come Stati Uniti d’America, un nome che non è un nome, non me ne vogliano gli amici batteristi) ma suona in modo completamente diverso da quello che ci aspetteremmo da un drumset suonato da un “normale” (o anche “super”) batterista. Il Gazzi non usa la cosiddetta “tecnica”, non che non ne sia capace ma perché non ne ha bisogno, la tecnica lo inquadrerebbe in un determinato cammino già battuto e straribattuto, se ne frega della tecnica e improvvisa sui suoi tamburi con una fantasia che è pari solo al grande retroterra culturale che c’è dietro il pensare la musica. Va oltre il “normale” batterismo (non che il drumming sia fermo al percussionista alfa di marching band di New Orleans che diventa stanziale, licenzia i colleghi beta e suona tutto lui inventandosi il drumset, ci mancherebbe). Avant garde, come già osservato, comportamento fuori dagli schemi, visionario, “in anticipo sui gusti e sulle conoscenze”. Non tutti possono farlo, andare fuori dal seminato richiede una profonda conoscenza del suddetto seminato e la capacità di trasgredire con la convinzione di una visione artistica frutto di grande lavoro concettuale. Un po’ come nell’improvvisazione Jazz: ci sono le progressioni armoniche, ci sono le diverse scale da cui nascono gli accordi che formano queste progressioni, e ci sono le note “sbagliate”. L’innovazione sta nel capire quanto l’errore possa essere ricondotto in un tracciato diverso dal solito e risuonarlo e risuonarlo finché non entra la convinzione di star seguendo una strada diversa e altrettanto legittima delle solite, un modo di veicolare emozioni “contromano”. (continua)

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Recensione su Percorsi Musicali (di Ettore Garzia)

Piombati nella contemporaneità, il progetto Adiabatic Invariants (Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis) lavora alacremente su quell'area progettuale che si sostanzia della sovraesposizione o rilievo dei suoni. Il mondo percussivo è il candidato ideale per sviluppare questo concetto, nonostante di strada in tal senso se ne è fatta; la proposta di Gazzi e Markidis è però del tutto particolare, perché cerca di trovare risposte dal lato dei contenuti dell'ascolto.  Inciso live presso gli studi di Tempo Reale a Firenze, dopo aver ricevuto la residenza dal centro di ricerca toscano, "Estensione e rimozioni" continua sulla linea espressa da HKPD, ossia quella della rappresentazione di un misteriosa e sottaciuta realtà sonora, una sorta di area nascosta dell'inconscio, guidata dai lenti, improvvisati ed inesorabili effetti acustici guidati da un set percussivo composito, tutto sbilanciato sul versante della risonanza acustica, con il live electronics che si prende il compito di rendere efficienti i processi delle dinamiche sonore e delle spazializzazioni, oltre a quello di accendere i focolari dell'interdizione elettronica. La volontà è quella di esplorare, attraverso i suoni così raggiunti con l'ausilio della tecnologia, l'istinto dei suoni una volta che essi si sono completamente liberati dalla fonte materiale che li ha prodotti. In tal modo è possibile ripercorrere la gamma sentimentale che si esplica "sottobanco" nella nostra vita e che Gazzi e Markidis hanno esplicitamente colmato nella titolazione dei brani: mai come in questo caso la cultura del sibilo di un metallo ha una valenza non limitata all'attenzione posta sui suoni prodotti; i ventiquattro minuti circa di Estensione non sono solo un perfetto ritratto dell'equilibrio raggiunto, ma consegnano uno spettro incisivo di un lavoro effettuato in sede avanzata e ciascuno per la propria parte, in linea con quanto si sta facendo nei migliori centri di ricerca e produzione contemporanea, ossia lasciar perdere le tendenze cibernetiche della musica per lavorare su un futuro che rispetti ancora le caratteristiche e la personalità dei suoni.

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Adiabatic Invariants – Hybrid Kit and Pure Data o dell’impermanenza del suono (di Carmine Pongelli)

Esperienza strana e affascinante questa dell’ascolto di HKPD – Hybrid Kit and Pure Data – disco di musica elettroacustica (definizione che abbraccia solo parte di questo complesso lavoro) di un duo formato da Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis: rispettivamente percussionista e live electronics guru. Di primo acchito la sensazione è ostracismo: quello tipo del preconcetto “incomunicatività di certe avanguardie”. Poi si coglie, o si crede di cogliere, un suono che rimanda alla sintesi granulare; sintesi nata dagli esperimenti con nastri magnetici fatti da Iannis Xenakis: architetto, ingegnere e compositore greco. Così si va a leggere l’informativa stampa a corredo del disco e si trova citato il suddetto padre della musica generata dalla matematica. Sinapsi e neuroni cominciano a lavorare: si aprono sentieri, si colgono lampi di luce conosciuta; e ci si mette comodi e ci si lascia accompagnare nel continuo cangiamento dell’orizzonte sonoro degli Adiabatic Invariants. Particolare è la lingua delle percussioni di Luca Gazzi: timbri familiari per frasi aliene, le quali a volte giocano a rimpiattino con i loro stessi suoni, suoni ricampionati e processati da Marco Matteo Markidis di cui regna l’originalità dell’inascoltato, grazie all’artificio della manipolazione elettronica. Musica elettronica fredda se presa a sé, ma emotivamente significante in questo connubio con la primitività del suono concreto delle percussioni. L’umanità sottesa direttamente svelata dalle voci campionate che compaiono tra una curvatura dello spazio sonoro e l’altra, un vociare indistinto giocato ad un certo punto come fosse un continuo tuning radiofonico alla ricerca di un equilibrio che invece sfocia nel nulla, metafora del caos. La chiosa del disco è struggente e lascia pensare. Non so cosa significhino le parole campionate dalla voce di una donna slava, presumibilmente russa. Agnostico, lascio che il pensiero vada spontaneamente ad un libro di cui lessi le impressioni, i sentimenti di quelle persone che hanno toccato l’ignoto, il mistero. (Preghiera per Cernobyl’, Svetlana Aleksievic – ed. E/O). L’invariante adiabatico è una grandezza fisica che resta invariata quando un sistema fisico è assoggettato a una debole perturbazione lentamente variabile (Fisica, Vincenzo Paticchio – Jaca Book). L’invariabilità dei due musicisti/filosofi/fisici nel mentre, con le loro manipolazioni continue, danno vita ad universi sonori in lento e progressivo constant change.

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HKPD Recensione Poche note sul jazz italiano: assetti artificiali umanizzati (di Ettore Garzia)

Nei percorsi moderni dell'elettronica non sembra esserci spazio per operazioni retrograde o imparentate con elementi che non sono più riconoscibili come tali nell'economia delle espressioni: il progetto del duo Adiabatic Invariants, formato da Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis si proietta in controtendenza nell'attuale panorama sonoro: l'esperimento sta nel combaciare una certa aderenza ad impostazioni primitiviste di Gazzi (percussionista dal linguaggio delle origini), con l'incartamento informatico moderno dell'uomo effettuato da Markidis, quello che trae vita dalle manipolazioni al computer di suoni o voci di determinate entità (elaborazioni in tempo reale tramite CSound o altri software di programmazione audio, spezzoni radio, ricostruzioni vocali incontrollate e subliminali che rimandano ai feedback strumentali). Mentre Gazzi si considera un improvvisatore derivato dallo sguardo profondo infuso al free jazz, Markidis è un folgorato delle relazioni tra scienza ed arte già innescate da Xenakis e Curtis Roads in odore di creazione di algoritmi da utilizzarsi per la composizione al computer. Il titolo del cd venuto fuori da questo connubio, "HKPD", nasconde per abbreviazione e per sintesi gli scopi del progetto: Hybrid Kit and Pure Data delinea un set percussivo specifico e dei linguaggi informatici altrettanto specifici. Di Gazzi può colpire la ferrea volontà di dare alle percussioni una tinta particolare tra le tante, oltre alle modalità con cui le suona restando inginocchiato a terra quasi attratto da una forza magnetica invisibile (vedi qui), mentre con Markidis si potrebbe entrare in una sorta di fredda impostazione informatica, di quelle che siamo soliti scoprire in molta musica del genere che si impantana emotivamente di fronte a tentativi del tutto accademici, tesi ad esplorare nuovi concetti. Sia il primitivismo di Gazzi che l'empasseinformatico di Markidis, se presi separatamente, non portano certamente nuovi concetti del contendere ma ne costruiscono uno superiore, ossia quello derivante dall'interazione degli intenti. Le teorie su società del passato permeate di ben altri parametri è argomento che in musica è stato già ampiamente trattato e in varie discussioni di genere; non solo Stravinsky e le Sacre du Printemps o tutti i compositori vicini al pensiero del rito (tra cui si annoverano oltre ai minimalisti, anche i dimenticati musicisti elettronici specializzati nella tribalità), ma anche e sopratutto i veri riferimenti nella scala dei modelli interpretativi di Gazzi, ossia quell'avvicinamento all'uso psicofisiologico di percussioni e sonagli, un impulso che provenne dall'esperienza di Malachi Favors e degli Art Ensemble of Chicago. Per quanto riguarda, invece, Markidis i riferimenti più intimi al live electronics di tanta letteratura passata rischia di offuscare la vorace fame di integrazione di elementi utilizzati che contraddistingue la sua personalità: nei momenti migliori la frammentazione e la ricomposizione di essi sono sincroni al ritmo vitale (senso confusionale, pausa di attesa seguita da evento improvviso, sostanziato in ritorni vocali preimpostati), ossia funzionali al senso che si vuole offrire negli anfratti di quest'attività di elettronica live. "HKPD" ha una particolarità che lo separa dalla presunzione, da un esercizio freddo di ricomposizione, e sta nel fatto che mentre il nostro cervello si prepara adeguatamente ad un "contrasto", viene in realtà sorpreso da un "connubio": l'evocazione di un tam tam o di un sonaglio si abbina a campionamenti di suoni che ne seguono gli intenti e viceversa. Pur non essendoci alcuna perdita di individualità, antico e super-moderno riescono a convivere, donando alla musica nel suo assieme un'implementazione rafforzativa del suo carattere. Come affermato in Parma Jazz Frontiere 2014, "....questo duo dimostra, come la poesia della musica sia tutt'altro che minacciata dalla tecnologia...": due anime della civiltà (il suo passato e il suo futuro) che lavorano assieme. Un segno premonitore di una diversa visione della società artificiale?

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HKPD su Kathodic.com

Sette movimenti di elettroacustica scarna e aguzza. Percussioni e materiali vari, live electronics/laptop e software homemade. Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis sviluppano un percorso all'interno di un tunnel di specchi deformanti, dove l'elettronica agisce da rinforzo, da contrappunto, torce timbri e toni, amplia e replica aliena. Rigori contemporanei e azione acustica penzolante (free/impro ed una calibrata visione etno). Tra la rincorsa a martello e lo strascicarsi di un risonante rituale (Structure For Two Positions I), tramonti accesi di un enigma Balinese e contrasti notturno/metropolitani (Structure For Two Positions III). Carne e scaglie di silicio, un dosaggio non semplice. Il detto e il non detto, il corpo e l'astratto. Apparire e sparire di fronte a uno specchio, ripetere più e più volte (poi tagliare qualche fotogramma dell'azione ad occhi chiusi e proiettare su telo Xenakis).

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Recensione Adiabatic Invariants HKPD su Drumset Mag (a cura di Mauro Gatto)

Luci. Ombre. Tecnologia e primitività. Filosofie e racconti perduti nei meandri della caverna delle frequenze umane ancestrali. Un colpo diretto che i nostri due musicisti, Luca Gazzi – percussioni ed effettistica – e Marco Matteo Markidis – elettronica minimal e suoni vari – ci regalano in sette tracce piene di suggestioni ritmico/melodiche, dove la ricerca si spinge in territori minimali ma ricchi di spunti. Sicuramente un lavoro da prendere con le pinze per un neofita, dove la batteria, suonata alla Trilok Gurtu del nostro Luca, riprende suoni cupi, che provengono dalla terra, tuoni come lampi di origine metallica, con grande sapienza e gusto. Il tutto coadiuvato dalle frequenze – si, proprio frequenze – a volte melodiche a volte ritmiche, generate da strumenti che sembrano giurassici rispetto alla tecnologia moderna, ma che emettono quel cuore armonico trovato quasi per caso nell’etere, come una vecchia radio. Musica per pensare e per aprire bene le orecchie verso altri mondi, per viaggiare senza meta attraverso universi paralleli fatti di Cosmo puro. Come si diceva una volta… un trip.

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Recensione Adiabatic Invariants live @Parmajazz Frontiere 2014 (di A. Grossi, Jazzit.it)

A volte, le cose inaspettate, sono quelle che ti sorprendono più di tutto in positivo. E' proprio questo il caso degli Adiabatic Invariants, una formazione di giovani musicisti interessanti e competenti che, davanti ad un numerosissimo pubblico, con grande consapevolezza hanno creato un percorso del suono e nel suono. Musica ricca di complesse elaborazioni ritmiche e timbriche con una forte componente compositiva e strutturale mirata a guidare un'improvvisazione apparentemente totale. Molto interessanti gli equilibri del gruppo che oscillano dinamicamente dal pianissimo al fortissimo e che lasciano molti spazi a momenti di solo sia da parte delle percussioni che da parte dell'elettronica. Marco Matteo Markidis è abile nell'uso dell'elettronica (che ha programmato completamente), sa esattamente cosa accade secondo per secondo e non si lascia sfuggire nessuna delle bellissime idee che il suo collega gli propone. Luca Gazzi alle percussioni è un continuo fermento di idee, attraverso un'accurata scelta di percussioni divise per tipologie (tamburi, piatti, metalli, legni, ed altri "effetti") riesce ad avere una varietà timbrico-dinamica incredibile, davvero rara da trovare mediamente nei batteristi e nei percussionisti. Molto bello anche l'intervento nel bis di Giacomo Marzi, giovane promessa parmigiana del contrabbasso, che con grande abilità musicale e tecnica si integra perfettamente con il duo proponendo una versione assolutamente astratta e molto ben riuscita di "Nefertiti". Davvero entusiasmante anche il disco HKPD (Hybrid Kit and Pure Data) che hanno presentato per l'occasione.

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